Quando ho iniziato a vedere It’s Okay to Not Be Okay su consiglio di un’amica, non mi aspettavo di trovarci una delle rappresentazioni autistiche migliori che mi fosse capitato di vedere.
Non ho molta esperienza di k-drama (posso contare sulle dita di una mano quelli che ho visto finora), ma mi era già capitato di incontrarne uno con una personaggia autistica: Avvocata Woo, una serie su un’avvocata autistica alla sua prima esperienza in uno studio legale.
L’ho vista a pochi mesi dalla mia diagnosi, quando la mia consapevolezza era ancora in formazione. Ricordo però la sensazione di disagio nel vedere un’attrice allistica (=non autistica) interpretare movenze e stimming come se fossero un abito da indossare e togliere a piacimento. E ricordo come le difficoltà quotidiane della protagonista fossero compensate da tratti “redentori”, colpi di genio che dal nulla risolvevano il caso di puntata, come se emergessero naturalmente dal suo modo divergente di guardare al mondo.
Per questo, quando ho visto Quinni di Heartbreak High, è stato un respiro d’aria fresca: una ragazza autistica mostrata nelle sue caratteristiche e nelle sue strategie, senza bisogno di attribuirle genialità straordinarie per giustificare il suo spazio nella trama. E, cosa non secondaria, interpretata da un’attrice autistica.
Così, quando inizio It’s Okay to Not Be Okay e scopro che uno dei personaggi principali è un uomo autistico, resto piacevolmente sorpresə. Si tratta di una persona con bisogni di supporto più elevati rispetto alla media delle rappresentazioni recenti. Se dovessi usare le etichette cliniche dei livelli — che tendo a evitare perché problematiche sotto molti aspetti — lo identificherei come un livello 2: una porzione della popolazione autistica troppo spesso ignorata perché “a metà” tra manifestazioni dello spettro più visibili nel discorso pubblico.
Moon Sang-tae è un uomo che, almeno all’inizio della serie (e ricordiamo che i livelli sono stati pensati come categorie fluide, non caselle rigide), non è in grado di vivere da solo, ma manifesta comunque molte autonomie. Non è una rappresentazione perfetta: l’attore non è autistico; la trama insiste sul fratello minore intrappolato nel ruolo di caregiver; viene spesso mostrato mentre interagisce con media destinati all’infanzia, con il rischio di infantilizzazione. Ma è una rappresentazione che giudico positiva sotto diversi aspetti: lo vediamo impegnarsi senza scuse nei suoi interessi assorbenti; il suo talento artistico appare come frutto di lavoro e dedizione, non come dono naturale; e in più occasioni assistiamo a sovraccarichi sensoriali tra i migliori che abbia visto sullo schermo.
Allora qual è il mio problema?
È una scena specifica. Nell’episodio 11 vediamo una fantasia del fratello minore, che immagina di aver potuto continuare a studiare invece di rinunciare a tutto per potersi prendere cura di Sang-tae. In questa fantasia Sang-tae si comporta come un tipico fratello maggiore, autonomo, integrato nel mondo sociale, indipendente dal suo supporto. È più “funzionale”, conforme e rassicurante. In poche parole, non è autistico. O sarebbe una persona autistica costretta a mascherare così tanto da scomparire nella propria maschera, a un costo personale altissimo e potenzialmente insostenibile.
Per me è stato un cortocircuito. La maschera (parola carica, in questo contesto) cade e vediamo l’attore per quello che è: un uomo allistico che interpreta un uomo autistico. Si potrebbe quasi parlare di masking al contrario: qui la maschera non serve a passare per neurotipicə, ma a fingersi autisticə.
Il problema è che per tutte le persone autistiche non esiste una versione non autistica di sé. Non può esistere. Non esiste una nostra versione “senza” l’autismo — ed è anche per questo che una grande parte della comunità rifiuta il linguaggio person first “persona con autismo”. L’autismo è il nostro modo di essere. Non è tutto ciò che siamo. Ma è ciò che siamo.
Quel mondo alternativo immaginario, in cui Sang-tae non è mai stato autistico, è un mondo che cancella la sua stessa esistenza. Quel fratello “normale” non è Sang-tae senza autismo: è un’altra persona. Sarebbe stato quasi più onesto usare un attore diverso per quella scena. Ma non ce n’era bisogno, perché l’attore non è autistico.
È una scena che mi ha fatto male.
E mette in luce il problema più ampio dell’affidare a interpreti allistici ruoli autistici. Non è una questione di talento — Oh Jung-se è bravissimo, la sua interpretazione è sfumata e credibile.
Ma è questo che siamo? Ruoli da interpretare finché la trama lo richiede?